La Musica, il Live, la Strumentazione, la Didattica: Intervista ad Eugenio Curti

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Eugenio Curti LiveInsegnante dal 2001, diplomato a "CambioMusica" nel 2000, collabora con Luca Colombo nell'insegnamento presso il Conservatorio di Parma e, sempre al Conseratorio di Parma, segue il Corso di Laurea in Chitarra Jazz/Pop. 

Riveste il ruolo di accompagnatore, trascrittore ed arrangiamentore per Rossana Casale - altre attività live attuali con "Rock&Dintorni", "SenzaFiltro", "For Rent", "Hard Times", "Power On trio", "Verdi Pop" e sostituzioni con "Capofortuna" e "Noi".

E' endorser dei plettri ESSETIPICKS e dei pedali effetti JDSTOMPS, è partner artistico per LIUTART, EVENTIDE ed ERNIE BALL strings: due chiacchiere con Eugenio Curti.

L'intervista di Elisabetta Filippini >>

Elisabetta: Come hai conosciuto la musica e come hai poi scelto di intraprendere la carriera da musicista? La musica ti piace tutta al di là delle distinzioni di genere o ci sono sonorità che senti più tue? Quali chitarristi hanno avuto un ruolo determinante nel tuo orientamento?

Eugenio: La Musica è stata una costante della mia vita anche se inconsciamente . Era il 1976, mia madre lavorava a casa ed aveva sempre la compagnia della radio o del giradischi…io , allora ragazzino, ho imparato a collegare tutte le mie attività ed i miei stati d’animo a delle canzoni o a melodie e tutt’ora sono così, non concepisco momenti della mia vita quotidiana senza “colonna sonora”. Sempre in quegli anni ho avuto il mio primo incontro , che poi si è rivelato amore, con una chitarra trovata a casa di parenti in soffitta, ricordo solo due cose: il colore verde sunburst ed il fatto che nessuno voleva farmela toccare. Ciò che mi ha fatto dire “voglio suonare la chitarra da grande” è stato l’ascolto nel 1980 dell’album "Making Movies" dei Dire Straits, ed in particolare del brano “Tunnel of love". Ricordo che ho pensato “wow,da dove arriva questo suono?”. Il voler intraprendere la strada da musicista professionista non è stata una scelta pianificata, semplicemente è successo. Per anni ho fatto la “doppia vita” da lavoratore diurno e studente di musica notturno, poi sono arrivate le prime esperienze didattiche in scuole private e civiche, chiamate da band a cui serviva il chitarrista etc…diciamo che un bel giorno mi sono trovato ad avere poco tempo da dedicare a qualcosa che non fosse musica e mi son detto “provaci!!”. A volte penso sia stata una pazzia vista la mancanza di rispetto verso i musicisti in Italia, ma vado avanti. La musica mi piace tutta, basta che sia fatta seriamente e con qualcosa da dire, non amo ciò che ha secondi fini o gli artifici usati per nascondere la mancanza di un’idea di bae, sono per il poco ma buono. Poi come tutti ho le mie preferenze di ascolti, negli anni sono arrivato a capire che ognuno ha un suo ritmo vitale e che spesso si riconosce in un genere ben preciso, sono figlio degli anni 70/80/90 quindi l’epoca delle grandi band Blues/Rock/Funk/Metal/jazz/Soul/Disco e dei grandi cantautori italiani e stranieri nonchè di alcuni guitar hero per eccellenza. I miei riferimenti chitarristici sono tanti e a volte non li riconosco nel mio modo di suonare, ma di sicuro direi Jimi Hendrix, Mark Knopfler, David Gilmour, Robben Ford, BB King, Eric Clapton, Joe Satriani, Steve Lukather, Dodi Battaglia a cui poi se ne sono aggiunti altri negli anni tra cui Luca Colombo (amico ed insegnante), Massimo Varini, Andrea Braido ed altri…come ti ho detto ho il “difetto” di ascoltare di tutto.

Elisabetta: Oltre ai tuoi progetti in elettrico e in acustico hai all'attivo numerose collaborazioni con musicisti di ogni genere. Raccontaci come hai strutturato il tuo set up per i live e come viene ottimizzato per le varie situazioni.

Eugenio Curti 2012Eugenio: I chitarristi sono un po’ volubili per quel che riguarda il suono e non si accontentano mai. Negli anni ho cambiato diversi set up alla ricerca del “graal”, poi man mano ho capito qual è il mio suono e quali sono le atmosfere che mi piace ricreare riducendo drasticamente il mio arsenale. Ora di base adotto un sistema quasi tutto made in Italy composto da una testata DV Mark little 40 (piccola ma micidiale) di cui utilizzo il canale clean, per i crunch/overdrive/dist/lead pedali custom JD STOMPS (di cui sono endorser da qualche anno), come boost l’N2O Luca Colombo signature (anzi era proprio il suo, me l’ha dato da provare e l’ho tenuto) della Eleven Electrix, alimentatori custom per effetti e chitarra LiutArt, alimentatore custom BRBS (per Eventide,Rocktron All Access). A seconda delle situazioni cambiano i pedali di dinamica in ingresso (compressore,ovdr/dist) o in serate più “rock oriented” la testata diventa una Brunetti XL120, ma mantengo inalterati gli effetti di ambiente/ritardo e modulazione in send/return ed, ovviamente, a seconda del timbro richiesto adotto chitarre differenti. Per l’acustico invece ho ridotto tutto ad un pre valvolare, un riverbero, un compressore Wampler, una loop-station RC2 Boss ed una DI Samson, come chitarra una Yamaha AC1M cutaway.

Elisabetta: Quant'è importante l'attività live e il rapporto col pubblico, in modo speciale nei concerti?

Eugenio: L’attività live è importantissima secondo me, ti consente di esprimerti e confrontarti con altri musicisti oltre a metterti in diretto contatto con il pubblico. Certo non è semplice stare su un palco e creare un filo diretto con la gente in modo da comunicare qualcosa che vada oltre l’impatto visivo, trasmettere il tuo mondo non è mai facile. Inoltre non è da trascurare il lato puramente promozionale: suonare in giro ti permette di essere conosciuto e, in alcuni casi, contattato da gente del settore per dei lavori o per sostituzioni in band, o più semplicemente da ragazzi interessati ad avere lezioni. Il live è il banco di prova di tutto, non si mente sul palco…abituarsi a suonare in casa nella comodità e al riparo da quegli imprevisti che capitano facendo vita live (dai problemi logistici a quelli interpersonali, dalle critiche alle occasioni che sfumano) è molto limitante, secondo il mio modesto parere, e alla lunga poco stimolante. Passo anch’io ore e giorni in casa a studiare, ma non potrei mai farlo senza pensare che poi ci sarà l’occasione live in cui potrò esprimermi.

Elisabetta: E' stato di recente festeggiato il bicentenario del compositore Giuseppe Verdi, so che hai preso parte ad uno spettacolo unico nel suo genere, che mette in scena il dialogo immaginario tra la musica di Verdi e le sonorità e i protagonisti della musica leggera. Ci racconti la tua avventura in “Verdi Pop”?

Eugenio: Pur non essendo un chitarrista di matrice classica ho comunque studiato storia della musica “colta”, sistemi compositivi classici, opere che passano dal Melodramma alla Lirica e quindi sono venuto a contatto con un mondo fatto di regole ferree. Le opere di G. Verdi sono effettivamente molto attuali con degli spunti che si prestano ad essere riarrangiati in diverse chiavi, così è nata l’idea di riproporle in chiave moderna grazie anche agli arrangiamenti dell’amico tastierista Michele Lombardi. Il primo spettacolo proposto si intitolava “da G. Verdi a L. Dalla” ,presentato alla villa museo verdiana di Busseto, alla morte del cantautore italiano abbiamo creato un filo conduttore tra i due riproponendo brani storici di Lucio e alcuni passaggi da opere verdiane come il “Va pensiero”, dal Nabucco o il “Dies Irae”, dalla messa da requiem ed altre, tutte riarrangiate per chitarre elettriche, tastiere, batteria etc. La seconda versione (proposta alla Reggia di Colorno e in altre rassegne) vedeva le opere appena dette più altre, come “La marcia trionfale” dall’Aida versione funk. I brani di Dalla sono stati sostituiti con altri che si prestano ad essere orchestrati, ecco quindi “Il nostro concerto” di Bindi, “Miserere” nella versione di Pavarotti, “Il mare calmo della sera” di Bocelli, “I migliori anni della nostra vita” di Zero, con una formazione diversa che comprendeva batteria, basso, tastiere, chitarra, violino e voce. Purtroppo riusciamo a proporre poche volte questo tipo di spettacolo in quanto la violinista ed il bassista sono negli U.S.A. per master/lavoro in college musicali, e noi abbiamo tante situazioni che ci assorbono parecchio.

Elisabetta: Conosciamo la difficoltà dei musicisti italiani a farsi strada nel nostro paese. Pensi che una grande passione unita alla perseveranza non può che arrivare, prima o poi, a risultati positivi o credi che basti solo la classica botta di fortuna? Chi è per te il chitarrista oggi?

Eugenio Curti Foto UfficialeEugenio: In Italia vivere di musica non è per niente facile, se metti sul piatto ciò che dai e ciò che ne ricavi il bilancio è spesso in perdita, non sto parlando ovviamente dei turnisti italiani che si vedono nei tour ormai da anni, professionisti che sono una garanzia per chi vuole il lavoro fatto a regola d’arte. Il discorso è valido per quella fascia di musicisti validi che purtroppo non hanno l’esperienza necessaria per stare su quei palchi (è anche vero che la si fa con il tempo e da qualche parte bisogna iniziare) o non hanno avuto la “fortuna” di, passami il termine, entrare nel giro giusto per svariati motivi. Alla base di tutto ci deve essere comunque una preparazione solida, sia tecnica (non parlo di tecnicismi o virtuosismi) che teorica. Avendo avuto la fortuna, negli anni, di potermi rapportare con musicisti di spessore anche internazionale, ho capito che di incapaci o pressapochisti a certi livelli non ce ne sono…poi il caso sporadico ci può essere, ed infatti ci si chiede com’è possibile, ma questo è un altro discorso. La figura del chitarrista dagli anni ‘90 ad oggi non è che sia cambiata poi tanto, c’è un’altalena di odio ed amore, o di curiosità e diffidenza, tra le varie fasi ed i vari approcci, i supertecnici, i minimalisti, i cervellotici, i puristi di uno o dell’altro genere. Altra divisione è quella tra il chitarrista da band ed il turnista, nel primo caso sei parte di un progetto e sei al servizio di un’idea comune da sviluppare e puoi gestire/decidere tu a tuo gusto, nel secondo devi stare a delle richieste ben precise, a volte fantascientifiche, senza perdere comunque la tua personalità: non è semplice. Per lavorare a certi livelli nel nostro paese bisogna fare delle scelte che spesso vanno a “cozzare” con i nostri gusti musicali, ma si sa, come in tutti i settori, il lavoro è lavoro e lo si fa al massimo delle nostre potenzialità e con professionalità. In Italia abbiamo fior di chitarristi che rispecchiano tutto ciò come L. Colombo, C. Gussoni, M. Quaini, G. Cocilovo, R. Brunetti ed altri. Un discorso a parte merita la chitarra nel Jazz dove il linguaggio è particolare e dove l’improvvisazione e l’interplaying con gli altri strumentisti sono fondamentali, anche qui abbiamo fior di professionisti come F. Cerri (arrivarci così alla sua età), F. Mariani, R. Robin, G. Ciffarelli, S. Guiducci. Il mio essere chitarrista oggi significa riuscire a prendere il meglio da chi è più bravo di me e farne tesoro per essere il più versatile possibile e poter dialogare con tutti.

Elisabetta: A volte sento dire che ormai nella musica è già stato detto tutto, soprattutto per la chitarra. Come può uno strumento così giovane, se paragonato per esempio ad un pianoforte, avere già detto tutto quello che c’era da dire? Qual è secondo te il percorso da seguire?

Eugenio Curti StratocasterEugenio: Siamo in una fase di “stanca” della musica sotto certi aspetti, intendo quella suonata, non parlo di talent e similari che invece spopolano. C’è molto fermento nell’underground musicale ma non sempre tutto ciò si tramuta in buoni risultati. In generale mi sento di dire che manca la cultura di base per poter apprezzare certe cose, ma è un discorso talmente articolato che andrebbe affrontato in altra sede. La maggior parte della gente vuole ascoltare cose “già sentite”, vuoi per una sorta di insicurezza, oppure semplicemente perché non ha tempo e voglia di ascoltare qualcosa che richieda attenzione per essere capita (per fortuna esistono le eccezioni). Alla luce di questo, molti chitarristi preferiscono -passami il termine senza cattiveria- “clonare” il proprio guitar hero, sicuri così di essere notati e presi in considerazione in tempi relativamente brevi, piuttosto di ricercare la propria voce sullo strumento, strada di sicuro meno appagante e più esposta a “rappresaglie” e dissensi. La chitarra non ha detto tutto, solo che c’è un ritorno al tecnicismo fine a se stesso che in molti casi penalizza il lato artistico o la ricerca sonora. Anche in questo caso ci sono eccezioni, Robert Fripp può essere un buon esempio di come le due cose possano convivere. L’hai detto tu che la chitarra è relativamente giovane, e come tale sta facendo il percorso che nei secoli ogni strumento ha fatto quando è diventato importante, pensa al pianoforte prima e dopo Bach o al Violino dal periodo Barocco in poi. Esiste una scuola di pensiero più “matematica” che sta dando una visione nuova non solo alla chitarra, ma alla musica in generale, i cosiddetti artisti d’avanguardia , il risultato è di sicuro molto interessante ma bisogna essere di mentalità molto aperta per non confonderla, a volte, con il caos. Non c’è un vero e proprio percorso da seguire come vedi, ma delle indicazioni e delle cose che hanno la priorità, come ad esempio l’essere preparati e aperti a tutto.

Elisabetta: La didattica musicale fa parte del tuo living quotidiano, come si è evoluto questo aspetto? Quali scelte e sacrifici sono obbligatori per avviarsi verso il mondo professionale?

Eugenio: La didattica riveste un ruolo importante nella mia vita e tutti i giorni devo essere in grado di trasmettere informazioni valide ai miei allievi, mi piace rimettermi in discussione perché sono sicuro che aiuta a crescere, come sono sicuro che non si smette mai di imparare, rispetto sempre chi ho davanti e chi ne sa più di me…ma a volte anche chi ne sa meno può insegnarti qualcosa. Ho un tipo di approccio all’insegnamento un po’ particolare e poco scontato, ma ho avuto la riprova nel corso degli anni che chi ha studiato con me ne ha tratto beneficio. Mi sono ritrovato, nel mio piccolo, a dover affinare certe tecniche che magari non sono nel mio “vocabolario” quotidiano, o a rivedere dei concetti per essere in grado di spiegarli in modi differenti, in quanto non tutti gli allievi recepiscono allo stesso modo. Mi sono inoltre reso conto che proporre delle cose “in serie” risulti a volte penalizzante, in quanto ogni persona ha una costituzione fisica ed un tempo di apprendimento differente da un altra, e ciò che in un caso funziona, nell’altro può essere causa di blocchi o di mancati progressi. Ho cercato così di dare più valore al singolo elemento che ho di fronte, cercando di focalizzare ciò di cui ha bisogno e ciò che fisicamente è in grado di affrontare, stimolando la ricerca di altre soluzioni per ottenere gli stessi risultati. Quando vuoi qualcosa a tutti i costi non parli di sacrifici perché fai tutto con entusiasmo. I sacrifici li fanno di più le persone che ti sta accanto tutti i giorni. Certo, non è per niente facile cercare di “passare di livello” nel mondo musicale attuale, dove giorno si e giorno no arrivano legnate sui denti e dove non sai mai dove sarai domani. Come dico sempre, devi avere una buona dose di autolesionismo, follia e determinazione, solo così puoi cercare di affrontare certe cose del vivere di sola musica…la penultima "follia" che ho fatto è la Laurea in chitarra Jazz/Pop al Conservatorio “A.Boito” di Parma sotto la guida di Luca Colombo, l’ultima follia la devo ancora fare e chissà cosa sarà.


Grazie ad Eugenio Curti da tutto lo STAFF di 7corde.it - ed in bocca al lupo per tutti i progetti presenti e proiettati nel futuro!

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